Il Salento che accoglie

LECCE - 7 maggio 2018

Foto dal ristorante Wote Mezani
Foto dal ristorante Wote Mezani

Un ristorante multiculturale, con personale italiano e straniero, che valorizza la cucina e i prodotti locali e allo stesso tempo offre la possibilità di girare il mondo semplicemente stando seduti a tavola. Una esperienza di impresa sociale nata solo un anno fa che coniuga la ‘salentinità’ con il valore della scoperta dell’altro attraverso il ‘gusto’ del lavoro.

Wote Mezani, ovvero “Buon appetito” in una delle lingue più parlate in Africa, è il nome del progetto sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD e promosso da Arci Lecce con altre associazioni di migranti. Un ristorante di cucina mediterraneo-asiatico-africana e una nuova cooperativa sociale che lo gestisce. Il personale è composto da 3 italiani e 5 stranieri, tutti con il permesso di soggiorno, più altre persone che collaborano in occasione di eventi particolari. “Abbiamo voluto verificare quanto diverse comunità presenti sul territorio potessero interagire con la comunità salentina attraverso un fattore importantissimo come il cibo” ci spiega Anna Caputo di Arci Lecce.

Il ristorante è molto legato al territorio e vuole valorizzare la cucina salentina più autentica, esaltando i prodotti della tradizione contadina e rispettando la stagionalità degli alimenti. Nel menù ci sono sia prodotti locali che prodotti tipici di altre nazioni, a rotazione: Iran, Senegal, Pakistan, in base alle persone che frequentano il ristorante e ci propongono delle ricette. Si è creata così questa commistione tra salentinità e resto del mondo”.

Il progetto è stato avviato solo un anno fa, ma i risultati non si sono fatti attendere e il bilancio è decisamente positivo. “Oltre alla gestione del ristorante abbiamo pubblicato un libro di ricette dal mondo. Inoltre abbiamo creato all’interno del locale uno spazio per la raccolta delle ricette che ci vengono proposte e organizzato anche delle iniziative culturali legate al tema dell’integrazione.”

Un risultato che, secondo la Caputo, non rappresenta un caso isolato nel Salento. “Molte delle persone che arrivano qui dimostrano una grande capacità di inserimento in alcuni settori importanti sul territorio come il settore metallurgico e l’agricoltura. Gli stranieri stanno anche riportando in vita alcuni mestieri che rischiavano di scomparire perché nessuno del posto se ne occupava più, come la costruzione dei famosi muretti a secco del Salento o alcuni piccoli lavori di sartoria, cucito e ricamo.

Molte persone rimangono nel Salento e riescono a lavorare. Qui trovano un ambiente non ostile e questo è molto importante a livello psicologico. Nelle piccole realtà, si riesce ancora ad immaginare qualcosa di differente: il rispetto della persona, soprattutto attraverso il lavoro.

Intervista completa su www.conmagazine.it

Articolo presente nella newsletter cartacea della Fondazione, disponibile qui.

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