Le coop che svergognano la ‘ndrangheta

CALABRIA - 10 maggio 2018

Immagine tratta dalla pagina Facebook GOEL Bio
Immagine tratta dalla pagina Facebook GOEL Bio

Storia del gruppo Goel, che “aggrega le debolezze” e combatte le mafie

Che cos’è il coraggio? Forse un atto di volontà, uno scatto? Pensa il contrario Shakespeare, quando mette in bocca a Gregorio, servo dei Capuleti in Romeo e Giulietta, una delle sue massime destinate ad essere utilizzate in ogni tempo e ad ogni latitudine: “Rimanere ben saldi sulle gambe, quello è coraggio”, scrive il Bardo. Viene in mente questa frase quando si considera il lavoro che Vincenzo Linarello, presidente del Gruppo Goel, svolge sin dalla metà degli anni Novanta in uno dei territori più difficili del nostro meridione: la locride, dove la disoccupazione tocca il 75% e la ’Ndrangheta ha costituito la propria roccaforte – almeno in apparenza inespugnabile.

È una storia che comincia con il progetto “Crea lavoro”, che incentivava i giovani a mettere su la propria impresa e a unirsi in cooperative, ma che presto si trasforma prima nel sogno e poi nel progetto concreto di cambiare profondamente la propria terra.

Anno 2000: inizia il terzo millennio, ma i residui di un potere criminale che unisce in sé una ritualità arcaica e la capacità di penetrare i mercati finanziari mondiali sono ancora fortissimi. Come ha spiegato più volte il magistrato Nicola Gratteri, oggi la ’Ndrangheta è una vera e propria holding in cui il 90% delle ricchezze è in mano a non più del 10% degli affiliati. Ormai trentacinque anni fa ci fu una saldatura tra le strutture criminali tradizionali e le forze occulte delle massonerie deviate: da questa alleanza discende una occupazione sistematica di tutti i posti chiave sul territorio.

Linarello, con l’aiuto di Mons.Giancarlo Maria Bregantini, allora vescovo della diocesi di Locri-Gerace e fautore di una dura opposizione alla ’Ndrangheta, inizia a ragionare sull’avvio di un percorso ambizioso. Il punto di partenza sono due domande che, come tutte le questioni più profonde, suonano semplici ma alla cui risoluzione occorre dedicare anzitutto intelligenza, dedizione e, appunto, coraggio.

La prima domanda è: perché la Calabria non cambia? La seconda, conseguente: come possiamo cambiarla?

“Alla prima domanda – afferma Linarello – ci siamo risposti che la Calabria non cambia perché in Calabria c’è un progetto di precarietà. Una precarietà costruita a tavolino allo scopo di generare l’assoggettamento delle persone e attraverso questa dipendenza ottenere il controllo dei voti e con esso la gestione delle risorse pubbliche”.

La seconda risposta, ancora prima di passare per un come, passa per un chi, e cioè per la consapevolezza che un per combattere un tale sistema c’è bisogno non di uomini soli, ma di una comunità. Nel 2003 nasce quindi il consorzio di cooperative, che poi evolverà nel gruppo Goel.

“La nostra intuizione – continua Linarello – è stata che non potevamo limitarci a denunciare quei poteri di morte: dovevamo creare altre risposte, libere ed emancipanti a quei bisogni occupati dalla ’Ndrangheta e dalle massonerie deviate, perché solo così potevamo riscattare concretamente le persone”.

Ma come convincere gli altri che un’alternativa concreta alla ’Ndrangheta è possibile? Come persuadere tutti coloro che, pur coltivando silenziosamente un rifiuto degli aspetti più esecrabili del potere mafioso, finiscono per soggiacervi?

La risposta che sta dando Goel è al tempo stesso disarmante e fortissima: convince gli altri facendo, realizzando, costruendo una realtà economica competitiva al malaffare. Oggi il gruppo Goel è formato da dieci cooperative, sociali, due cooperative non di tipo sociale, due associazioni di volontariato, una fondazione e trenta aziende agricole. Dà lavoro dipendente a duecento persone ed è orami diffuso in diverse zone della Calabria.

Dunque se un gruppo di cooperative sociali, usando un metodo di etica integerrima  riesce oggi ad essere il primo gruppo di imprese come numero di occupati nella locride, allora la inevitabilità del potere mafioso diventa una menzogna. Goel dimostra anche qualcosa in più, e cioè che questi risultati non sono possibili nonostante un approccio etico, ma proprio perché l’unica possibilità di creare sviluppo è essere etici.

Goel oggi si muove su fronti diversi: cooperative sociali classiche che si occupano di servizi sociali, con tre esperienze di accoglienza di minori a rischio. Opera proprio laddove situazioni di grande disagio familiare, di povertà e di marginalità sociale rischiano di forgiare i nuovi soldati della ’Ndrangheta.

Interviene nella sanità, in un settore che è il più bistratto in Calabria: quello della psichiatria, con due comunità e un totale di venti posti letto, consentendo a tante persone di riprendere una vita normale.

Lavora all’accoglienza dei migranti, lontano da qualsiasi logica di accoglienza industriale, prediligendo l’integrazione attraverso l’inserimento al lavoro, dimostrando che l’occupazione dei migranti non compete con quella dei locali, ma favorisce e aumenta quella del territorio stesso.

Ha fondato anche un tour operator: “I viaggi del Goel”, specializzato in turismo responsabile, selezionando tutti quegli operatori che caparbiamente hanno detto no alla ’Ndrangheta in questi anni.

E poi c’è un altro grande settore d’intervento, quello dell’agricoltura.

“Ci venivano a trovare un sacco di agricoltori locali che ci raccontavano delle aggressioni della ’Ndrangheta – dice ancora Linarello. Abbiamo capito che c’è proprio una sorta di protocollo delle aggressioni nelle campagne, che si fermano solo se ci piega alle cosche, e cioè quando l’azienda agricola risponde in tutto e per tutto al capo bastone. Allora abbiamo fatto la cosa che sappiamo fare: abbiamo aggregato le debolezze e abbiamo fatto comunità per cercare di vincere questo sistema. Abbiamo fatto la prima cooperativa di aziende agricole vittime della ’Ndrangheta – una  cooperativa di vittime – e abbiamo costruito una filiera che affrontasse l’altro grande problema, quello della distribuzione”.

Le arance, nella locride, vengono pagate ai produttori 5 centesimi al chilo. Difficile, a questi prezzi, sperare nel rispetto dei diritti sindacali. Goel crea allora una filiera parallela, proprio con le aziende agricole di vittime di ’Ndrangheta. Saltando alcuni passaggi commerciali, Goel riesce a pagare ai suoi soci 40 centesimi al chilo, otto volte il prezzo della filiera “sporca”. Il messaggio che passa nel territorio è dirompente: chi oggi vuole sperare di guadagnare di più deve entrare in Goel Bio, prendere posizione, mettersi contro la ’Ndrangheta, rifiutare grossisti mafiosi, accettare multe di 10mila euro se viene scoperto a impiegare un bracciante in nero.

Goel si lancia anche in attività apparentemente insolite, ma che si basano su tradizioni antichissime. È il caso di “Cangiari”, ovvero “cambiare”, che diventa un marchio etico della moda riprendendo l’uso della tessitura a mano, risalente all’epoca della Magna Grecia e tramandato fino ai giorni nostri.

“Cangiari” oggi è l’unico marchio di moda di fascia alta che non solo ha una filiera sociale, ma usa solo tessuti biologici, filati biologici, colorazioni biologiche e non solo dà lavoro alle tessitrici e alle operaie, ma salva i piccoli laboratori tessili sfruttati dal conto terzi industriale che ha schiavizzato molti laboratori meridionali, aggregandoli in cooperative, mettendoli a sistema e passando loro del lavoro finalmente ben pagato.

L’attività del gruppo Goel non è passata certo inosservata: ha ricevuto molti attentati; una delle  aziende agricole socie è stata colpita sette volte in sette anni, un attentato all’anno. È stato bruciato l’intero capannone, distrutto il trattore.

La Fondazione CON IL SUD è stata tra le prime a intervenire, aderendo alla raccolta di fondi. Ne è nata una campagna di comunicazione che ha ribaltato le intenzioni delle intimidazioni mafiose.

“Loro volevano tagliare le gambe a quella azienda nella raccolta degli agrumi – conclude Linarello. Oggi posso dire che quella azienda ha venduto il doppio dell’anno scorso. Aveva un capannone che non era nuovo e adesso è nuovo. Aveva un trattore usato e adesso ne ha uno nuovo, e queste cose le stiamo comunicando nel territorio per far capire che più ci aggrediscono, più ci rafforzano. Pochi giorni fa hanno tagliato tredici alberi di ulivo: faremo una seconda festa dalla ripartenza in un’altra azienda agricola e ne pianteremo ventisei, il doppio”.

Anche questo è svergognare la ’Ndrangheta, dimostrare che in fondo è un grande bluff, che cambiare non solo è giusto, ma può diventare utile e conveniente.

 

La storia è tratta dal volume “CON IL SUD – Visioni e storie di un’Italia che può cambiare” a cura di Andrea Di Consoli e Yari Selvetella, promosso dalla Fondazione ed edito da Mondadori

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